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01 febbraio 2010
// PAC
Quale Politica Agricola Comune per il futuro

Pubblichiamo un documento della COPAGRI, su riflessioni e spunti per la nuova PAC.

 

Le Ragioni di una PAC rinnovata, forte ed europea

 

La Politica Agricola Comune, dopo 50 anni di vita, e in seguito alla recente e in itinere rapidissima evoluzione di molteplici aspetti inerenti il suo raggio competenza diretta ed indiretta, ha bisogno di essere nuovamente riformata, o forse sarebbe meglio dire rifondata.

 

Nell'individuazione degli obiettivi e delle conseguenti strategie della PAC del futuro, si dovrà necessariamente tenere conto, già nell'anno in corso, della discussione e delle determinazioni in merito alla formazione del nuovo bilancio di spesa dell'Unione Europea. Grave errore sarebbe arrivare alla definizione del bilancio, prima, per adeguarvi la PAC, poi, e non agire viceversa. La sfida determinante è per una revisione del bilancio che tenga conto non solo dei numeri, ma della sussidiarietà che l'Unione Europea ha acquisito in questi anni, primo fra tutti, nel settore agricolo.

 

C'è la necessità di un approccio globale che tenga conto della crescita demografica, di una nuova “qualità” della cooperazione mondiale, di una visione più attenta alle tensioni geopolitiche, di un approccio davvero “umano” alle migrazioni, della necessaria conservazione delle risorse naturali, tenendo in seria considerazione, e sotto controllo, i cambiamenti climatici. 

 

C'è la necessità di tenere ben presente il monito lasciato dalla crisi economica internazionale, il fallimento della finanziarizzazione dell'economia, per riaffermare uno sviluppo umanistico fondato sul realismo delle azioni e sulla realtà dei fatti, nel quale l'agricoltura può essere straordinaria interprete.  

 

Occorre ribadire con forza le ragioni della PAC, affermarle in sede di negoziazione politica ed amministrativa e rinnovarne la legittimazione a livello tanto economico, che sociale, nella percezione dell'opinione pubblica. Ciò affinché non si proceda con un ulteriore riduzione del bilancio di spesa agricolo, ma anzi si consolidino le attuali disponibilità in coerenza con l'evoluzione delle esigenze legate alla produttività (aumento della domanda, riequilibrio dei mercati, competitività, rapporti di filiera) e delle aspettative sociali (sicurezza alimentare ed ambientale, lotta ai mutamenti climatici, cura del territorio, sostenibilità dei prezzi, lavoro).

 

In una fase in cui vanno prendendo consistentemente piede forme di “neocolonialismo”, come l'acquisto della terra fuori dai propri confini da parte di Cina e Paesi mediorientali, e nella quale un grande competitore internazionale come gli USA ha posto in essere una politica agricola di massiccio sostegno finanziario, anche gli speculatori politici ed economici più agguerriti, i sostenitori del “meglio importare che produrre” di stampo anglosassone, dovrebbero arrendersi all'evidenza e sostenere il mantenimento di una Politica Agricola Comune forte anche dopo 2013.

 

In quest'ottica è da contrastare nettamente qualsiasi spinta alla rinazionalizzazione della PAC, che determinerebbe inevitabilmente, a causa delle diverse disponibilità finanziarie e sensibilità politiche degli Stati membri, profondi squilibri all'interno dell'UE. La PAC alla quale guardiamo, dunque, dovrebbe continuare ad essere la Politica dell'Unione e non degli Stati membri. 

 

La stessa gravissima crisi economico finanziaria che si è abbattuta anche sull'Europa, creando forti pressioni sui bilanci degli Stati membri per dare risposte ai diversi settori produttivi ed alle diverse categorie sociali, ha evidenziato come l'Unione Europea abbia bisogno di agire unita.   

 

Una PAC, due agricolture: per il mercato e per il “bene pubblico”

 

Solo una PAC forte politicamente potrà, come dovrà, guardare oltre le proprie contingenze e vincere la sfida del libero mercato, stimolando risposte equilibrate all'aumento della domanda di cibo, affermando la reciprocità negli scambi commerciali, contro ogni possibile ritorno al protezionismo, e guidando verso forme di tutela dalla volatilità dei prezzi, strumenti di gestione del rischio e reti di sicurezza contro le eccezionali cadute dei prezzi, come quelle del 2009 e tuttora persistenti. 

 

Solo una PAC forte economicamente potrà, come dovrà, sostenere e sviluppare le “esternalità” dell'attività agricola, la cosiddetta multifunzionale, quel ruolo sociale che, sempre più, è percepito e riconosciuto trasversalmente nella società moderna quale elemento fondamentale di legittimazione della stessa PAC e del suo finanziamento.

 

In tal senso c'è da sottolineare che, con il Trattato di Lisbona e l'avvio della codecisione tra Consiglio (rappresentante dei Governi degli Stati membri) e Parlamento (rappresentante dei cittadini), le esigenze e le aspettative dei cittadini saranno molto più rappresentate che in passato dove l'Europarlamento aveva rilievo consultivo e non vincolante. A tale proposito, se vogliamo che la concertazione e la codecisione europea produca scelte giuste, risulta fondamentale che si sviluppi nei prossimi mesi, anche in Italia, un ampio dibattito  sul futuro della PAC e sul necessario sostegno finanziario.

 

Bisogna guardare ad un'agricoltura economica, perché possa esistere un'agricoltura sociale. Occorre aumentare il peso del “primo pilastro” e, contestualmente, riconoscere formalmente le funzioni sociali dell'attività agricola. Il mix ideale sta in una PAC più equilibrata nelle strategie di sostegno: il disaccoppiamento è lo strumento che fa virare l'azienda verso la necessaria ricerca della competitività e la stabilizzazione sui mercati, ma senza garanzia reddituale per gli agricoltori, e conseguenti investimenti nella struttura e nell'attività aziendale, rischia di restare una casa senza fondamenta, un corpo senza gambe.

 

Alleanza di sistema, redditività, qualità del lavoro

 

Sviluppando tale concetto, si possono delineare alcuni obiettivi di fondo: sinergia e riequilibrio nei rapporti di filiera; garanzie di redditività per l'anello fondamentale della produzione, tutela e valorizzazione del lavoro dipendente nell'ambito dei vincoli della “condizionalità”.

 

Tali obiettivi richiedono, una volta di più, uno sforzo, non solo politico – istituzionale, ma anche e soprattutto delle parti economiche e sociali direttamente interessate, per determinare una grande alleanza di sistema. Fare “lobby” diviene carattere imprescindibile per l'intero sistema di filiera. Perseverare in un quadro di redistribuzione del reddito in cui il 50% circa del valore va a solo appannaggio della grande distribuzione organizzata (GDO), deprimendo gli altri segmenti della filiera significa andare incontro, prima o poi, ad un effetto boomerang devastante non solo per questi segmenti, ma anche per la stessa GDO. Continuare a guardare al lavoro nelle aree rurali solo dal mero punto di vista della quantità, del mantenimento di livelli minimi occupazionali, e non della qualità, della tutela e della valorizzazione, significa costruire sulla sabbia o, peggio, sulle “sabbie mobili”.

 

Occorre individuare ed attuare dentro la filiera forme di democrazia economica in grado di dare sufficiente respiro ad ogni livello e permettere di investire sulle strutture, sulle infrastrutture, sui processi, sulla ricerca e per l'innovazione. Per una prospettiva solida e stabile. Serve credere e puntare ad un'accezione del lavoro agricolo secondo la quale il lavoratore è imprenditore di se stesso e dal suo impegno nelle strategie dell'impresa deriva un contributo determinante per il perseguimento degli obiettivi.

 

Da qui nasce l'impresa forte, competitiva economicamente: dalla partecipazione, dalla solidarietà, da un sistema di tipo lobbistico. L'impresa ha tutto l'interesse ad investire sulla qualità del lavoro, che significa anche qualità di processo e di prodotto. L'impresa in netta e pesante perdita, invece, non ha nulla da offrire alla prospettiva occupazionale perché, in generale, non ha nulla da investire su se stessa.

 

Se si prende atto di questi fattori, l'equa distribuzione del reddito nella filiera e, quindi, la redditività degli agricoltori, ed il lavoro agricolo, come basilari di una rinnovata forza e legittimazione della PAC, allora si ritiene si possa procedere sulla via dell'efficienza economica e della competitività, di un carattere produttivo fondato sulle garanzie di sicurezza alimentare ed ambientale, su una diffusa qualità, sull'identità derivante dall'origine territoriale, dalla storia, dalla tradizione, dalla cultura di diversi sistemi di produzione, in una parola verso un'agricoltura economica forte.

 

Il sostegno alla produzione di “beni pubblici”

 

Da qui si determinano le condizioni, affinché sia adeguatamente alimentato il ruolo sociale dell'agricoltura, quello di produttrice di “beni pubblici”. Protezione dell'ambiente, conservazione delle biodiversità, responsabile gestione delle risorse idriche, lotta ai cambiamenti climatici, cura del paesaggio, sono tutti filoni nei quali il contributo dell'agricoltore si traduce, appunto, nella produzione di un bene pubblico che non conosce confini all'interno dell'UE.

 

Parliamo di interessi collettivi che legittimano ampiamente un concreto e formale intervento pubblico UE all'interno della politica di sviluppo rurale e che – come detto – trovano adeguata risposta in presenza di un'agricoltura forte anche economicamente. Laddove c'è abbandono e spopolamento non c'è produzione di “beni pubblici”.

 

Per quanto fin qui sostenuto, la PAC del futuro può concentrarsi sulla professionalizzazione e produrre sviluppo economico, ma senza minimamente eludere le risposte alle istanze sociali  inerenti i “beni pubblici”. In tal senso è pur pensabile, come già succede, dare concreto seguito al principio del tetto minimo agli aiuti PAC, ma è ancora più opportuno ricavare economie utili alle due cause (quella dell'agricoltura economica e di mercato e quella dell'agricoltura sociale e produttrice di “beni pubblici”) da adeguati limiti ai premi ancora destinati alle immani rendite fondiarie ed al latifondo che ha decisamente poco a che fare con un'agricoltura che necessita di intervento pubblico e con la legittimazione della PAC.

 

L'0rientamento in pillole

 

·         Una PAC forte politicamente per affermare la reciprocità a livello internazionale (regole comuni e valorizzazione della qualità di sistema: sicurezza alimentare ed ambientale, qualità nel lavoro, nei processi produttivi, dei prodotti) e vincere la sfida         del libero mercato.

 

·         Una PAC forte economicamente, anche nella direzione dello sviluppo delle aree rurali e delle esternalità dell'agricoltura, il ruolo sociale, la multifunzionalità.

 

·         Nessun ridimensionamento del bilancio di spesa.

 

·         Nessun cofinanziamento, nessuna rinazionalizzazione.

 

·         Valorizzazione del primo pilastro, che deve essere premiante per le aziende professionali nell'ambito del riequilibrio degli aiuti, oggi concentrati per l'80% sul 20% delle aziende e secondo il principio che da un'agricoltura economica può derivare un'agricoltura sociale produttrice di beni pubblici.

 

·         Rivisitazione dello strumento del disaccoppiamento per correggerne gli effetti negativi (deficit produttivo e diminuzione del numero e della tutela degli occupati) nell'ottica di produzione di qualità e di sviluppo di un'occupazione etica.

 

·         Abolizione del criterio del riferimento “storico” per la destinazione degli aiuti diretti nell'ambito dell'applicazione della regionalizzazione. Il valore del titolo dovrebbe dipendere dalle differenti gestioni aziendali, ivi compreso il ruolo sociale e ambientale di un'azienda in una determinata area.

 

·         Adeguati strumenti di rete per contrastare la volatilità dei prezzi e intervenire efficacemente e tempestivamente in caso di crisi di mercato.

 

·         Ai tetti minimi vanno affiancati adeguati limiti massimi, proprio per superare gli attuali squilibri nella destinazione delle risorse, per escludere mere posizioni di rendita o soggetti che nulla hanno a che fare con gli agricoltori, per ricavare economie per rafforzare il secondo pilastro e riconoscere formalmente la produzione di beni pubblici.

 

·         Riorientamento della modulazione tenendo conto del tipo di coltura, della qualità delle produzioni e del lavoro, della corretta applicazione della condizionalità, delle forme di concentrazione dell'offerta e di tracciabilità presenti nelle regioni a tutela della salubrità dei prodotti e a garanzia del consumatore.

 

·         Da ultimo, e non certo in ordine d'importanza, un'attenta valutazione va fatta sulle criticità emerse nell'attuazione delle misure previste dal secondo pilastro, a partire dalla gestione della spesa e dal costante rischio di vedere sottratte risorse vitali per un settore che già subisce grandi problematiche e ritardi strutturali.

 

 


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