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07 luglio 2011
// POLITICA E SINDACATO
Sintesi della relazione del Pres. Verrascina alla 1°conferenza economica della COPAGRI

Sviluppo e stabilità economica significa tutela della redditività e miglioramento della qualità della vita. Anche in agricoltura. Il settore è stato per anni oggetto di tagli finalizzati al risanamento del bilancio dello Stato. Le uniche risorse rimaste sono destinate al mantenimento delle strutture e non alle politiche. Ora basta! Serve un adeguato progetto di politica agraria capace di raccogliere i diversi segnali che indicano l'agricoltura come settore produttivo fondamentale del futuro.

Ma guardando alla prospettiva v'è una questione basilare da affrontare: si può parlare ancora di agroalimentare made in Italy o in modo distinto di agricoltura ed industria alimentare? Non può esservi un'industria alimentare italiana senza approvvigionamento nel proprio territorio. Vogliamo vederci chiaro e capire se e quale prospettiva può avere il settore agricolo, quando sono tanti i segnali che indicano la terra e la sua coltivazione come il business del futuro.

Un primo esempio è il “land grabbing”, una sorta di neocolonialismo messo in atto per lo più in Africa e Sudamerica. La cosa ha già interessato decine di milioni di ettari. Un altro esempio è dato dall'invasione della finanza nel settore agricolo ed alimentare. Non più solo scambi di borsa, ma mercato vero e proprio, con l'acquisto di ingenti carichi di derrate alimentari, navi mercantili, magazzini per lo stoccaggio e le conseguenti speculazioni sui prezzi.

Restringendo il campo all'Italia è inevitabile parlare del depauperamento del nostro sistema agroindustriale e distributivo che, fino alla scalata alla Parmalat e con una maggioranza estera nella distribuzione, conferma la convinzione diffusa che l'offerta alimentare possa costituire il principale segmento economico del futuro. E' giusto, allora, porre il dubbio sulla questione dell'approvvigionamento di materia prima da parte di marchi che si presentano sul mercato come italiani, ma che italiani non sono.

La chiave è in una politica agroindustriale che tenga conto della specificità del settore e che valorizzi il legame con il territorio d'origine della produzione agricola. Una politica agroindustriale fondata sul principio che dallo sviluppo dell'intera filiera deriva lo sviluppo di ogni singolo suo segmento.

La nostra proposta è aumentare la produzione per far si che la qualità insieme alla quantità spingano il governo economico e sociale di questo nostro Paese a puntare in modo convinto sull'agricoltura come fondamenta insostituibile dell'agroindustria made in Italy.

In ordine di priorità alla base della necessità di instaurare il sistema dell'etichettatura obbligatoria dell'origine dei prodotti alimentari v'è una ragione di sicurezza alimentare e una motivazione prettamente economica. Per quanto concerne la prima, il recente caso del batterio E. coli ha riproposto con forza l'esigenza dell'assoluta trasparenza. Il danno registrato in assenza di ciò è stato pari a centinaia di milioni di euro. Per quanto riguarda il profilo prettamente economico, informazione totalmente trasparente equivale a concorrenza leale.

C'è poi la questione dell'Italian Sounding, un vero e proprio “delitto” contro l'economia, che genera un volume d'affari di 60miliardi di euro, contro il quale andrebbe sancita una regolamentazione repressiva a livello internazionale.

Questi fatti rafforzano il bisogno di un organico progetto di politica agricola nazionale dentro una più ampia iniziativa agroalimentare. Basta con l'obsoleto sistema associazionistico diffuso in centinaia di associazioni che fanno capo a svariate unioni. Occorre voltare decisamente pagina e procedere verso il sistema Organizzazioni di Prodotto (OP) e delle Organizzazioni Comuni (OC) gestite direttamente dai produttori. Da questo discorso non può essere esente la cooperazione, che deve recuperare il ruolo originario di aggregazione dell'offerta e consolidamento del peso negoziale nella contrattazione. E' il tempo di decidere ed essere coerenti sul “chi fa cosa”.   

All'agricoltura serve stabilità di governo. Il programma del Ministro Romano lascia ben sperare e può essere l'inizio di un serio progetto politico. Dei suoi obiettivi dichiarati apprezziamo molto il recupero di credibilità e l'efficacia amministrativa, anche mediante la riduzione degli enti che non dovessero risultare funzionali al progetto. Gli stati generali,  poi, possono essere un'occasione da non perdere, rispetto alla quale dovrebbe essere  propedeutico il ripristino della concertazione.

Tutti vogliamo un'agricoltura forte e per questo c'è bisogno di organizzazioni forti, capaci di mettere da parte i particolarismi e di parlare con una sola voce. Occorre insistere con l'unitarietà di intenti e d'azione. Se condivisa, la proposta che faccio oggi sarebbe un grande passo in avanti: perché in ottica unitaria non partire dall'organizzazione economica?

Alle porte c'è la PAC, con un negoziato che si annuncia delicato, ma con le nuove condizioni determinate dal ruolo finalmente decisionale del Parlamento Europeo. Non entro nel dettaglio delle nostre idee, richieste e obiettivi, che sono comuni, come detto, a tutte le confederazioni, alla cooperazione ed ai sindacati. Mi limito solo all'estrema sintesi. La conferma del budget; una ripartizione delle risorse che tenga conto di una serie di parametri oggettivi, quali la PLV e il valore aggiunto per ettaro, la quantità e qualità del lavoro; il superamento del criterio storico nei pagamenti diretti, tenendo conto della forte differenziazione dell'agricoltura italiana; interventi concreti nella direzione di efficaci misure di regolazione del mercato; la combinazione di sostenibilità economica, ambientale e sociale alla base di un nuovo sviluppo rurale. Sui tetti minimi, pur essendo opportuna una rivalutazione, riteniamo tuttavia necessario considerare come le piccole e piccolissime realtà possano essere il cuore della produzione di “bene pubblico”. La "quotizzazione" della Pac, infine, è anacronistica: all'aumento della domanda mondiale di cibo occorre rispondere con l'aumento della produzione. La Pac deve tornare una politica "autonoma", fuori dalle politiche commerciali ed in grado di tutelare e sviluppare l'agricoltura.

 

Matera, 6 luglio 2011

 

 


» Sintesi relazione Verrascina [pdf - 254.46 Kb]

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